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 (segue memorie don Giorgio - seguito della parte terza)

Fuori di qui invece, dove non erano conosciuti, almeno "speravano" di non esserlo (per esempio a Bologna in occasione di gloriose sfilate con moschetto ( o mitra) e fazzoletto rosso al collo) partecipavando.
Venendo così applauditi come eroici liberatori dell'Italia.

Certo che, ad onore del vero, va detto che diversi, terminato l'incubo che li aveva costretti alla macchia per non obbedire alla chiamata alle armi, passato il fronte se ne ritornarono nelle loro case per una vita normale (per quanto potesse dirsi normale una vita in zona di guerra.

Alcuni, specie proprietari, prima dell'arrivo del fornte, quindi nel settembre 1944, nascosero (sotterrando o murando) quello che poterono e poi lasciarono la loro casa ritirandosi a Bologna per sfuggire ad altre estorsioni o peggio, da parte dei partigiani.

Alcuni che da Bologna (e parlo di elementi noti per noi Cattolici) erano venuti quassù in montagna unendosi ai partigiani, cercarono poi altre soluzioni, non sentendosi, in coscienza, di convivere con quei partigiani.

L'indottrinamento "marxista" operato tra i nostri uomini e giovani della macchia fu certamente insistente e profondo se al termine della guerra molti sbucarono fuori con tanti di "bandiera rossa".

Se, come è capitato in alcune zone d'Italia i partigiani comunisti hanno massacrato gruppi di partigiani bianchi, ciò legittima il "SOSPETTO" che il Partito Comunista strumentalizzasse astutamente il bisogno che la gente aveva che finisse finalmente la guerra e che quindi l'invasore tedesco se ne andasse, per dare una "marca" patriottica all'azione partigiana, mentre invece il vero motivo di fondo era quello di organizzare e fare entrare  il comunismo.

Se i partigiani "rossi" fossero stati animati da vero spirito patriottico avrebbero gioito nel vedere altri patrioti, sia pure militanti non sotto la loro bandiera. 

Anche qui, nelle nostre zone, finita la guerra, l'atteggiamento che i partigiani rossi assumevano era più quello di partigiani della Russia che di partigiani dell'Italia.
Dire male della Russia pubblicamente voleva dire rischiare grosso.

L'intolleranza politica da parte dei comunisti era talmente aspra e violenta da passare tavolta al delitto.

Valga per tutti l'esempio del sindacalista Giuseppe Fanin di San Giovanni in Persiceto, massacrato dai comunisti per il solo fatto di essere un attivo e stimato sindacalista "Cristiano".

Diversi sacerdoti nella nostra Regione Emilia Romagna e nella nostra Diocesi furono trucidati dai comunisti.
Facilmente se un sacerdote cercava di richiamare alla coscienza dei fedeli l'incompatibilità fra Fede Cristiana e comunismo, o meglio fra Fede Crisitiana e marxismo - leninismo, veniva fatto oggetto di polemiche aspre, con la consueta affermazione che il prete non deve fare politica.

E questo succede anche oggi a distanza ormai, da quegli anni, di alcuni decenni.

Ma ritorniamo a Don Ugo Trerè e alla Chiesa di Barbarolo.

Pochi giorni prima dell'arrivo del fronte, e precisamente il 3 ottobre 1944 fu vista (così affermava la gente) nei pressi della Chiesa un automezzo dell'Esercito Tedesco, mentre la zona era sorvolata da un ricognitore americano.
Non tardò molto ad arrivare un caccia bombardiere e bombardare la Chiesa di Barbarolo che rimase così distrutta.

 

Come visibile dall'immagine storica fatta a suo tempo, si salvò solo l'abside, la facciata e il muro dalla parte del campanile e il campanile stesso.
L'attiguo oratorio di S. Rocco fu spazzato via.
Anche parte della casa Canonica rimase distrutta.
La parte della Chiesa andata distrutta aveva alcuni altari laterali con pregevoli pitture.
Anche 'organo, tanto caro ai parrocchiani andò distrutto: si trovava, su in alto, sul fondo della parete della Chiesa, con una graziosa cantoria.

 

(..segue ..)

 

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